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L'attacco dei Borbonici a Civitella Roveto
Testi a cura di Pietro Bontempi

L'avanzar di Garibaldi nell'invasione del Regno delle Due Sicilie spinse il governo borbonico a ricorrere ad estremi rimedi di salvezza, sia per arrestare la marcia vittoriosa della truppa garibaldina che per crearle ostacoli nel territorio conquistato. Perciò, dopo aver,inviato nella Marsica agenti incaricati di rialzare il depresso prestigio di Francesco II e della sua pubblica amministrazione, mandò ai più fidi ed influenti rappresentanti delle varie zone cospicue somme di danaro, onde impiegarle nell'annullamento dei nuovi ordinamenti civici e nel ripristino dei vecchi. 
  
E quelle somme purtroppo conseguirono in diverse parti l'effetto per cui erano state stabilite. Tanto è vero che l'azione patriottica, ravvivata dai successi di Garibaldi, che era entrato trionfalmente in Napoli, fece si che molti Comuni si pronunziassero subito in favore di Vittorio Emanuele II; ma gli avversari rimasero in tacita agitazione e rialzarono la testa specialmente quando si seppe che il maggiore della gendarmeria borbonica Mario Luparelli, partito a metà settembre 1860 da Gaeta, ove Francesco II e la regina Maria Sofia opponevano accanita resistenza all'esercito nemico, marciava con gendarmi e masnadieri,,pronti ad usare ogni mezzo, alla volta dell'Abruzzo. Venuto a conoscenza di ciò il Governatore di Aquila mandò ad Avezzano, dove il popolo era in preda a confusione ed orgasmo, ottanta guardie nazionali aquilane comandate da Giambattista Marchetti e Giuseppe Di Fabio. Questi, saputo che in Valle Roveto, specialmente a S. Vincenzo e S. Giovanni, era scoppiata viva reazione, vi accorse e, unendo alle proprie forze quelle delle guardie nazionali di Civitella Roveto, la represse. 
  
Analogo moto sorse a Luco dei Marsi la sera del 22 settembre, ma fu prontamente domato dai militi della compagnia del Marchetti e da quelli della Guardia Nazionale di Avezzano. La sera del l' ottobre, mentre il Marchetti da Avezzano andava a Civitella Roveto per rassicurare i legionari che, ivi di presidio e sforniti di vestiario, avevano manifestato 'l'intenzione di tornare alle proprie famiglie, apprese che i soldati del Luparelli, dirigendosi da Sora alla Marsica, avevano attaccato Civitella. Ne avvertì subito il Di Fabio che, immediatamente recatosi ov'erano i nemici, li mise in rotta. Intanto, preoccupato per eventuali incursioni di partigiani borbonici e dagl'indizi di sommosse, il Governatore della provincia faceva affluire ad Avezzano, centro strategico in cui sin dal 29 settembre erano arrivate da Aquila centoquaranta guardie nazionali comandate da Angelo Leosini e settanta volontari della Legione " Gran Sasso d'Italia ", quattrocento Cacciatori del Vesuvio guidati dal colonnello Fanelli, trecento volontari della Legione Sannitica, due compagnie della Guardia Nazionale di Chieti e di Lanciano, centoventi uomini d'Isola Liri capitanati dal vegeto vegliardo Polsinelli e altri cento condotti dal Cicolano da Francesco Mozzetti. 
  
L'intera guarnigione era affidata al colonnello Teodoro Pateras, il quale inviò i legionari della " Gran Sasso d'Italia " e le guardie nazionali di Aquila a Scurcola Marsicana, e a Civitella Roveto, in rinforzo a quelle del Di Fabio e del Marchetti, le guardie nazionali di Chieti e di Lanciane, al comando del maggiore De Novelli. Dispose poi, nella notte del 5 ottobre, il ritorno ad Avezzano dei soldati stanziati a Scurcola, ma per sbaglio d'indirizzo nella relativa missiva, l'ordine pervenne al De Novelli; cosicché lasciata da lui, Civitella fu occupata e saccheggiata dai Regi, mentre le scarse forze aquilane indietreggiavano sino a Pescocanale. Però il Pateras spedì subito in loro aiuto la Legione Sannitica che, tra il 7 e l'8 ottobre, ricacciò il nemico dalla Valle Roveto (1). (Con l'appellativo di Regi venivano indicati i borbonici, e con quello di Garibaldini e, più ancora, di Piemontesi i nazionali). 
  
Frattanto il capitano Francesco Ferrazzilli, ricco proprietario comandante la Guardia Nazionale di Civitella Roveto, scoperto che il fautore del movimento reazionario di quella zona era l'avvocato Giacomo Giorgi, ne informò le competenti autorità. Costui venne arrestato e, sottoposto a regolare processo, già colpevole di altri reati, fu condannato " per voci allarmanti e malcontento contro il governo costituzionale ". Scarcerato per indulto accordatogli dall'amnistia preposta da Garibaldi, egli invece di ravvedersi, corse ad offrire i suoi servigi a Francesco II che, accoltolo, gli conferì l'onorificenza del Gran Cordone di San Gennaro e lo investi del potere di sottintendente (sottoprefetto). Cosî il Giorgi, che per matrimonio si era trasferito dalla natia Tagliacozzo a Civitella Roveto, si asservì alla causa borbonica e - come si vedrà in seguito - più volte ne capeggiò i nefasti tentativi di riscossa. Pagò però infine il fio delle proprie malefatte. Sconfitta la sua fazione, egli riparò prima a Roma e poi all'estero, ma scovato a Smirne, fu tradotto in Italia ove, condannato dal Tribunale criminale di Aquila ai lavori forzati, fini i suoi giorni nel penitenziario dell'isola d'Elba (2). 
  
 

Note
(1) Cfr.: Beniamino Costantini, "Azione e Reazione ", Chieti, Di Sciullo, 1902. 
 
(2) G. Gattinara, op. cit. 

 
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